Čechov a Ceylon.
Scongelamento profondo

SAGGIO · RIVISTA ARTEL

Sul viaggio di Anton Čechov a Ceylon e sui lati poco noti della vita dello scrittore.

Testo di Sergej Turkin
Vi è mai capitato di tuffarvi in piscina da una piattaforma di dieci metri? O almeno da sette? Se sì, ricordate la piscina grande quanto un francobollo sotto i piedi e il terrore del salto che vi aspettava.

Ora immaginate il giovane Anton Čechov (trent'anni non sono un'età) che naviga nell'Oceano Indiano a bordo del piroscafo Peterburg e si tuffa fuori bordo come un giovane scavezzacollo. È difficile per noi immaginare Čechov così. Per tutta la vita si è trasformato con coscienza in un «uomo nell'astuccio», creando l'immagine di un raffinato intellettuale con l'immancabile barbetta, il pince-nez e il cappello, in una redingote abbottonata fino all'ultimo bottone. Tra l'altro, in quegli anni portava di rado il pince-nez.

La stessa immagine è stata coltivata con coscienza da Knipper-Čechova («l'inquieta vedova del defunto scrittore») e da numerosi parenti, studiosi e ammiratori. Provate a scavare fino al vero Čechov, con i suoi scherzi caustici al limite della decenza e il suo naturale interesse per le persone che lo circondavano, sesso femminile compreso. Un uomo giovane e sano: che importa se durante il viaggio attraverso la Siberia «assaggiò una giapponese», o trascorse una notte con una «donna di bronzo» a Ceylon? Provate voi a restare un monaco casto su un'isola paradisiaca dopo mesi di astinenza e le donne di Vladivostok «ruvide al tatto».

E io voglio andare in Brasile

Čechov era attratto da tempo dalle terre lontane, proprio come il protagonista della canzone d'autore sul Brasile, che sogna di raggiungerne le lontane coste. Due anni prima del famoso viaggio a Sachalin progettava di fare una scappata in Persia. Arrivò solo fino a Baku; la malattia del fratello lo costrinse a tornare indietro.

I motivi del viaggio a Sachalin restano poco chiari ancora oggi. Del resto, difficilmente si può prendere sul serio il suo argomento principale: «saldare un po' del mio debito con la medicina, verso la quale sono… un porco». Che c'entra la medicina? Le sue battute su ciò che poteva capitargli, «in caso di annegamento o qualcosa del genere», sono pura spavalderia, che nasconde il desiderio inconscio di fuggire da una fama incombente e da una famiglia invadente: dall'età di sedici anni portava sulle spalle l'intera famiglia.

Comunque sia, la sua risposta principale a chi faceva a gara per dissuaderlo dal viaggio era: «In luoghi come Sachalin dobbiamo andare in pellegrinaggio, come i turchi vanno alla Mecca». Detto in modo convincente.

In generale Čechov esortava appassionatamente a viaggiare ogni scrittore che conosceva, anche solo di sfuggita. «Andate in Giappone», diceva a uno. «Non capisco perché lei, giovane, sano e libero, non vada, per esempio, in Australia», chiedeva a un altro: dell'Australia era proprio infatuato. «Uno scrittore deve essere favolosamente ricco, per poter partire in qualsiasi momento per il giro del mondo sul proprio yacht». Che dire: un consiglio valido per tutti i tempi, e non solo per gli scrittori.

La sua epopea di Sachalin è stata ben studiata; si presta meno attenzione al tratto di ritorno del percorso, forse per un patriottismo tutto russo. Eppure Antoine Tschechoff (così lo chiamava il passaporto per l'estero) progettava niente meno che il giro del mondo: dall'Asia attraverso Suez, intorno all'Europa fino all'Inghilterra, e poi fino all'America stessa. Ahimè, ancora una volta «non si è combinato», come diceva l'accademico Aganbegjan. L'Asia era travolta dal colera, un po' come oggi dal coronavirus. Dei 24 scali previsti ne rimasero aperti solo sei, e prima di Ceylon Čechov vide soltanto Hong Kong e Singapore, e solo di passaggio.

Dove sono finite le pantofole?


Venuti a sapere del progetto, parenti, amici e conoscenti fecero a gara per dissuaderlo dall'impresa pericolosa, ma Čechov fu irremovibile. Soltanto, con il suo solito tono scherzoso, prima di partire chiese agli amici di «non serbargli rancore» e, in caso di «annegamento o qualcosa del genere» (in una lettera a Suvorin), nominò erede la sorella Marija: «...lei pagherà i miei debiti».


Il suo soggiorno a Ceylon si è ricoperto di leggende, grazie non poco a studiosi e accademici di varia risma che cercavano di «darsi arie», tacendo fatti evidenti e inventando miti di ogni sorta. Čechov vi trascorse soltanto due notti. La prima notte fu a Colombo: questo è un fatto. Ma da qui in poi le interpretazioni divergono. Ancora oggi il Grand Oriental (allora piuttosto presentabile, oggi alquanto malandato) e il Galle Face (allora piuttosto modesto, oggi diventato lussuosissimo) si contendono il diritto di definirsi l'albergo di Čechov.

Entrambi hanno memoriali dedicati a Čechov: il Grand Oriental un busto commemorativo nella hall, il Galle Face una targa commemorativa nel museo dell'albergo. Il Galle Face, tra l'altro, ha ospitato praticamente tutte le celebrità che hanno visitato l'isola, da Che Guevara a Harrison Ford, Sting e Jurij Gagarin. Non provate nemmeno a cercare la stanza di Čechov al Galle Face: si trovava nell'ala vecchia, completamente ricostruita; il Grand Oriental, invece, ha una «stanza dello scrittore» (ed è molto richiesta), anche se non c'è alcuna prova. Diversi studiosi ritengono, piuttosto ragionevolmente, che in realtà Čechov abbia pernottato in tutt'altro albergo, nella zona di Mount Lavinia.


Perché proprio lì? Guardate il giornale di bordo del Peterburg. Nella notte tra il 22 e il 23 novembre il tempo nel porto di Colombo era sereno, mentre Čechov racconta di un acquazzone violento e delle sue pantofole portate via dall'acqua nell'albergo. Entrambi gli alberghi citati si trovano proprio accanto al porto in cui era ormeggiata la nave. Mount Lavinia, invece, è a una buona distanza, dove un acquazzone poteva benissimo esserci stato. Allora era un sobborgo; oggi è un quartiere di Colombo. Inoltre, a quel tempo lì crescevano davvero dei palmeti: i palmeti dove Čechov ebbe il suo romantico appuntamento con la «donna di bronzo».


Gli studiosi di Čechov ritengono che l'incontro sia stato organizzato dal medico di bordo, viaggiatore esperto e conoscitore dei luoghi meno raccomandabili, con cui lo scrittore aveva stretto amicizia durante la traversata. La ragazza, «di ridotta responsabilità sociale» come si dice oggi, era una sacerdotessa dell'amore e apparteneva alla casta degli «intoccabili». A loro era consentito esercitare questo mestiere del tutto legalmente, anche se non c'erano apposite «case di tolleranza». Riportiamo finalmente la citazione senza censure dello stesso Čechov: «Quando avrò dei figli, dirò loro non senza orgoglio: “Figli di cane, ai miei tempi ho avuto rapporti con una indiana dagli occhi neri… e dove? In un boschetto di cocchi, in una notte di luna”».

Questo, tra l'altro, è un documento


La mattina del 23 novembre 1890 Anton Čechov e il guardiamarina Grigorij Glinka partirono in treno per Kandy. Il percorso è pittoresco e i panorami dai finestrini sono davvero splendidi, se si guardano le montagne e le valli e si ignorano le baracche lungo la massicciata. Le carrozze di oggi differiscono poco da quelle di allora. Sembra che il materiale rotabile non sia cambiato dai tempi del «dominio britannico». Raramente si vedono treni così malconci. Sapete quanti chilometri di ferrovia sono stati costruiti dopo la partenza degli inglesi nel 1948? Esatto: nessuno. Quelli che ci sono versano in condizioni pietose.


I nostri viaggiatori molto probabilmente visitarono il famoso Tempio del Dente a Kandy, molto probabilmente anche il giardino botanico, e la sera raggiunsero l'albergo. Qui arriviamo all'unico fatto confermato del soggiorno di Čechov a Ceylon: proprio quel conto per la cena al Queen's Hotel. L'albergo, tra l'altro, era lussuoso a quei tempi e sorgeva proprio accanto al Tempio del Dente. Ma i servizi erano in comune, uno per diverse stanze. Che cosa gustarono i viaggiatori a cena? Da quanto si riesce a decifrare: birra (almeno sei bottiglie da 0,75 litri), whisky e, prima ancora, aperitivi dai nomi sconosciuti ai barman di oggi, vini piuttosto costosi e altre bevande esotiche.

Scusate, ma il cibo dov'è?


Evidentemente i viaggiatori avevano mangiato abbondantemente in città prima di poter «buttare giù» tanto in albergo. Rimasero alzati fino a tardi, come confermano le candele incluse nel conto. La mattina dopo, facendo appena in tempo a prendere il treno, presero due bicchieri di tè e uova con salsa.


E questa è tutta la documentazione. Il conto del bar è miracolosamente sopravvissuto nell'archivio dello scrittore. Secondo Michail Čechov, Anton lasciò degli appunti su Ceylon, ma a Mosca furono divorati dalla «mangusta» che aveva portato dall'isola, «un incrocio tra un ratto, un coccodrillo, una tigre e una scimmia», per usare le parole dello stesso Čechov. Forse alla bestia non piaceva ciò che Čechov scriveva della sua patria. Non c'è da stupirsi che lo scrittore, grande amante di ogni sorta di creature, la chiamasse affettuosamente «farabutto». Eppure i suoi «un milione e centomila ricordi» di Ceylon erano buoni.


«Sono soddisfatto fino alla gola, così sazio e incantato che non desidero più nulla e non me la prenderei se mi colpisse la paralisi o la dissenteria mi portasse all'altro mondo. Posso dire: ho vissuto! Mi basta. Sono stato all'inferno, che è Sachalin, e in paradiso, cioè sull'isola di Ceylon». Anton Čechov.

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